

22. Un fautore dell'uguaglianza sociale.

Da: J.-J. Rousseau, Origine della diseguaglianza, a cura di G.
Preti, Feltrinelli, Milano, 1972.

Distaccandosi dal pensiero di tutti gli altri illuministi, il
filosofo e pedagogista ginevrino Jean-Jacques Rousseau neg il
ruolo delle scienze, delle arti e delle leggi nell'opera di
emancipazione umana. Anzi egli attribu proprio al progresso della
civilt la genesi della diseguaglianza sociale ed economica
sopravvenuta fra gli uomini, fenomeno che ormai appariva ai suoi
occhi irreversibile. Come egli narra in questo brano tratto da una
sua famosa opera, soltanto una volta in passato questa eguaglianza
era esistita, quando l'uomo viveva ancora allo stato di natura e
poteva sopravvivere, mantenendosi libero ed indipendente. Poi
bast che si affermasse l'agricoltura, si diffondesse la propriet
e si erigessero gli stati per corrompere quella condizione
egalitaria primitiva, dopo la quale non fu pi possibile in nessun
angolo della Terra  sottrarre la testa alla spada spesso male
maneggiata che ogni uomo vide perpetuamente sospesa sul proprio
capo .


Il primo che, avendo cintato un terreno, pens di dire questo 
mio e trov delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il
vero fondatore della societ civile. Quanti delitti, quante
guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe
risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il
fossato, avesse gridato ai suoi simili: Guardatevi dal dare
ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di
tutti e la terra non  di nessuno, siete perduti!. Ma c' molto
motivo di credere che allora le cose fossero gi giunte a un punto
tale da non poter continuare cos come erano; perch questa idea
di propriet dipendente da molte idee che si sono potute formare
solo successivamente, non nacque improvvisamente nello spirito
umano: fu necessario fare molti progressi, che si acquistassero
molte capacit e molti lumi, e questi fossero trasmessi e
aumentati da un'epoca all'altra prima che si arrivasse a
quest'ultimo confine dello stato di natura. Riprendiamo dunque le
cose pi indietro e cerchiamo di riunire sotto un solo punto di
vista questa lenta successione di avvenimenti e di conoscenze nel
loro ordine pi naturale.
Il primo sentimento dell'uomo fu quello della sua esistenza, sua
prima cura fu quella della sua conservazione. I prodotti della
terra gli fornivano tutti gli aiuti necessari, l'istinto lo port
a usarne. Mentre la fame e altri appetiti gli facevano provare di
volta in volta diverse maniere di esistere, ce ne fu uno che lo
invit a perpetuare la specie; e questa inclinazione cieca,
scompagnata da qualsiasi sentimento del cuore, non produceva che
un atto puramente animale. Soddisfatto il bisogno, i due sessi non
si conoscevano pi, e anche il bambino non era pi niente per sua
madre non appena poteva fare a meno di lei.
Questa era la condizione dell'uomo al suo nascere; questa era la
vita di un animale che dapprima era limitato alle sole sensazioni
e approfittava appena dei doni che la natura gli offriva. [...].
A mano a mano che il genere umano si estendeva, con gli uomini
aumentavano anche le pene. Le differenze dei terreni, dei climi,
delle stagioni poterono costringerli a introdurre differenze anche
nei loro modi di vivere. Annate sterili, inverni lunghi e rigidi,
estati riarse richiesero una nuova industria. Sulle rive dei mari
e dei fiumi inventarono la lenza e l'amo e diventarono pescatori e
ittiofagi [mangiatori di pesci]. Nelle foreste costruirono archi e
frecce e divennero guerrieri. Nei paesi freddi si coprirono di
pelli delle bestie che avevano uccise. Il tuono, il vulcano o
qualche caso fortunato fece loro conoscere il fuoco, altra risorsa
contro il rigore dell'inverno: impararono a conservare, questo
elemento, poi a riprodurlo, e infine a cucinare con esso le carni
che prima solevano divorare crude. [...].
Finch gli uomini si accontentarono delle loro rustiche capanne,
finch si limitarono a cucire i loro abiti di pelli con spine o
reste [lische di pesce], ad adornarsi con piume o conchiglie, a
dipingersi il corpo con diversi colori, a perfezionare o ad
abbellire i loro archi e le loro frecce, a tagliare con pietre
affilate qualche canotto da pescatore o qualche grossolano
strumento musicale - insomma, finch non si applicarono che a
opere che uno solo poteva compiere e ad arti che non avevano
bisogno del concorso di parecchie mani, essi vissero liberi, sani,
buoni e felici quanto potevano esserlo per natura, e continuarono
a godere fra loro delle dolcezze di rapporti indipendenti: ma dal
momento che un uomo ebbe bisogno dell'aiuto di un altro, dal
momento che era utile a uno solo di avere provviste per due - da
quel momento l'uguaglianza disparve, s'introdusse la propriet, il
lavoro divenne necessario e le vaste foreste si cambiarono in
ridenti campagne che bisogn innaffiare col sudore degli uomini e
nelle quali presto si videro germogliare e crescere con le messi
la schiavit e la miseria.
La metallurgia e l'agricoltura furono le due arti la cui
invenzione produsse questa grande rivoluzione. Per il poeta sono
l'oro e l'argento, ma per il filosofo sono il ferro e il grano che
hanno incivilito gli uomini e perduto il genere umano. Tanto l'uno
che l'altro erano sconosciuti ai selvaggi dell'America, che
appunto per questo sono sempre rimasti tali; e anche gli altri
popoli sembra che siano rimasti barbari finch hanno praticato una
di queste arti senza l'altra. E forse una delle maggiori ragioni
del fatto che l'Europa  stata, se non pi presto, per lo meno pi
costantemente incivilita delle altri parti del mondo  che essa 
insieme quella che pi abbonda di ferro ed  pi fertile di grano.
[...].
Dunque, per costringere il genere umano a occuparsi
dell'agricoltura fu necessaria l'invenzione delle arti. Da quando
fu necessario avere uomini per fondere e forgiare il ferro, ci fu
bisogno di altri uomini per nutrire quelli. Pi il numero degli
operai venne moltiplicandosi, meno mani ci furono per fornire il
comune sostentamento senza per che ci fossero meno bocche a
consumarlo; e, poich agli uni occorrevano derrate in cambio del
loro ferro, gli altri trovarono alla fine il segreto di adoperare
il ferro per moltiplicare le derrate. Di qui nacquero da un lato
l'aratura e l'agricoltura, dall'altro l'arte di lavorare i metalli
e moltiplicarne gli impieghi.
Dalla coltivazione delle terre segu necessariamente la divisione
di esse. E dalla propriet, una volta riconosciuta, le prime
regole di giustizia. [...].
In questo stato le cose sarebbero potute restare uguali se le
capacit fossero uguali e, per esempio, l'uso del ferro e il
consumo delle derrate si fossero sempre esattamente equilibrati.
Ma una simile proporzione, che non era sorretta da nulla, si ruppe
ben presto: il pi forte lavorava di pi, il pi destro traeva
maggior rendimento dal suo lavoro, il pi ingegnoso trovava i
mezzi per abbreviare il suo lavoro; il contadino aveva pi bisogno
di ferro, oppure il fabbro pi bisogno di grano; e, lavorando
ugualmente, l'uno guadagnava molto mentre l'altro faceva fatica a
vivere. Cos la disuguaglianza naturale si dispiega
insensibilmente per opera di quella prodotta dal caso, e le
differenze fra gli uomini, sviluppate dalle circostanze, divengono
pi sensibili, i loro effetti pi permanenti, e cominciano
proporzionalmente a influire sulla sorte degli individui. [...].
Fu cos che, poich i pi potenti o i pi miserabili facevano
della loro forza o dei loro bisogni una specie di diritto sul bene
altrui, equivalente, secondo loro, a quello di propriet, la
rottura dell'uguaglianza fu seguita dal pi orribile disordine. Fu
cos che le usurpazioni dei ricchi, il brigantaggio dei poveri, lo
sfrenarsi delle passioni di tutti, soffocando la piet naturale e
la voce ancora debole della giustizia, resero gli uomini avari,
ambiziosi e cattivi. Fra il diritto del pi forte e il diritto del
primo occupante sorse un conflitto perpetuo che finiva soltanto
con i combattimenti e le uccisioni. La nascente societ cedette il
posto al pi orribile stato di guerra: il genere umano avvilito e
desolato non poteva tornare indietro, n rinunciare alle
disgraziate conquiste che aveva fatte, e con l'abuso delle facolt
che lo onorarono lavorava soltanto alla sua vergogna; cosicch si
port da solo alla vigilia della propria rovina. [...].
A questo scopo, dopo avere esposto ai suoi vicini l'orrore di una
situazione che li armava tutti gli uni contro gli altri e che
rendeva i loro possessi altrettanto onerosi dei loro bisogni, in
cui nessuno trovava la sicurezza n nella povert n nella
ricchezza, egli invent facilmente delle ragioni speciose per
tirarli al suo scopo. Uniamoci, disse loro, per garantire i
deboli dall'oppressione, per contenere gli ambiziosi e assicurare
a ognuno il possesso di ci che gli appartiene; istituiamo dei
regolamenti di giustizia e di pace a cui tutti siano obbligati a
uniformarsi, che non facciano eccezione per nessuno e che in
qualche modo pongano rimedio ai capricci della fortuna
sottomettendo ugualmente il forte e il debole a doveri reciproci.
In breve, invece di volgere le nostre forze contro noi stessi,
uniamole in un potere supremo che ci governi secondo sane leggi,
che protegga e difenda tutti i membri dell'associazione, sconfigga
i nemici comuni e ci tenga in una perpetua concordia. [...].
Tutti corsero contro alle loro catene credendo di assicurarsi la
libert; perch, essendo gi abbastanza dotati di ragione per
percepire i vantaggi di un'istituzione politica, non avevano
abbastanza esperienza per prevederne i pericoli. I pi capaci di
presentire gli abusi erano proprio quelli che contavano di
approfittarne, e anche i saggi videro che era necessario decidersi
a sacrificare una parte della propria libert per conservare
l'altra, nello stesso modo che un ferito si fa tagliare un braccio
per salvare il resto del corpo.
Questa fu o dovette essere l'origine della societ e delle leggi,
che diedero nuove pastoie al debole e nuova forza al ricco,
distrussero irrimediabilmente la libert naturale, stabilirono per
sempre la legge della propriet e della disuguaglianza, di
un'abile usurpazione fecero un diritto irrevocabile, e per il
profitto di alcuni ambiziosi assoggettarono per sempre il genere
umano al lavoro, alla servit e alla miseria. Si scorge facilmente
come l'istituzione di una sola societ abbia resa indispensabile
l'istituzione di tutte le altre, e come, per far fronte a delle
forze riunite, fosse necessario unirsi. Le societ,
moltiplicandosi ed estendendosi rapidamente, presto coprirono
tutta la superficie della terra, e non fu pi possibile trovare in
tutto l'universo un angolo in cui ci si potesse liberare dal giogo
e sottrarre la testa alla spada spesso male maneggiata che ogni
uomo vide perpetuamente sospesa sul proprio capo.
